Gio Ponti

BIOGRAFIA

Giovanni Ponti, detto Gio, nasce a Milano nel 1891.

Si laurea in architettura nel 1921, presso il Politecnico della città e, nello stesso anno, apre uno studio con Nino Fiocchi ed Emilio Lancia.

Dal 1923 al 1930 è direttore artistico della Richard Ginori. Dal 1926 al 1927 disegna arredi per il marchio Domus Nova della Rinascente di Milano.

Sempre nel 1927 fonda Labirinto e, nel 1928, la rivista “Domus” che dirige fino al 1940. Dal 1941 al 1947 è direttore della rivista “Stile”.

Tornerà alla guida di “Domus” dal 1948 al 1978. Nel 1931 è con Pietro Chiesa alla direzione artistica di Fontana Arte.

Nel 1933 scioglie il sodalizio con Fiocchi e Lancia e apre lo studio Ponti-Fornaroli-Soncini che avrà vita sino al 1952, quando Ponti si associa Alberto Rosselli.

Dal 1936 al 1961 è professore ordinario presso la facoltà di architettura del Politecnico di Milano.

Consegue il gran premio nazionale Compasso d’Oro nel 1956 e nel 1968 la laurea honoris causa del Royal College of Art e la Medaglia d’oro dell’accademia di architettura di Francia.

Tra le sue opere i due palazzi per gli uffici della Montecatini a Milano, del 1938 e del 1951, e il grattacielo Pirelli, con Fornaroli e Rosselli, del 1956.

Muore a Milano nel 1979.

GIO PONTI DESIGNER

Giovanni “Gio” Ponti è stato il designer italiano per antonomasia, un uomo del Rinascimento che ha progettato di tutto, in una carriera durata più di 50 anni, ha progettato di tutto, dalle ceramiche alle cattedrali, dai costumi alle sedie da caffè, dai tessuti alle posate.

Eclettico oltre che prolifico, ha creato prodotti per 120 aziende ed edifici in 13 paesi, lavorando con molti stili diversi.

Inventore irrequieto, che a quanto pare aveva bisogno di sole quattro ore di sonno per notte, era anche professore, direttore di riviste e vortice culturale generale che incarnava la dolce vita.

Il suo studio simile a un hangar, in un ex garage dietro il suo condominio, era così grande che i dipendenti portavano le loro Vespe e Lambrette fino alla propria scrivania la mattina.

Ponti ha importato in Italia un’iconografia americana di elegante stile di consumo, creando nel frattempo una nuova cultura del design italiano, con un’identità nazionale distintiva. Alcuni degli oggetti più noti progettati dal maestro includono la scintillante macchina per caffè espresso del 1948, La Cornuta, espressione voluttuosa di energia caffeinata.

La sua classica sedia Superleggera per Cassina (1957) ha una sottile struttura in frassino e un sedile in giunco ​​intrecciato, ed è così eterea che può essere sorretta da un ragazzo con un solo dito.

Negli anni ’50 l’economia italiana era in rapida espansione e Ponti rappresentava la fiducia del dopoguerra che rendeva il paese un centro alla moda per il design moderno di alta qualità.

Ha creato centinaia di oggetti per la nuova e avventurosa cultura manifatturiera italiana, tra cui vetro di Murano per Venini, mosaici per Gabbianelli e tessuti di seta ricamati per Vittorio Ferrari.

Gli originali sono molto richiesti alle asta e molti dei progetti di Ponti, comprese le sue caratteristiche poltrone (con gli schienali inclinati), le raffinate gambe in ottone satinato e il peso angolare, sono ancora in produzione.

Ponti si è formato come architetto al Politecnico di Milano, laureandosi alla fine della prima guerra mondiale, e ha svolto parallelamente al suo studio di architettura design industriale.

Il suo risultato più significativo è stata la snella Torre Pirelli (1960), che svetta sopra la sua nativa Milano, dove ha progettato altri 40 edifici.

Con i suoi 127 metri, era l’edificio più alto d’Italia fino al 1995, un faro modernista che doveva irradiare sull’Italia un’immagine di successo aziendale in stile americano.

È così bella che vorrei sposarla”, ha detto una volta Ponti. L’anno successivo ha completato l’elegantissimo Parco dei Principi Hotel (1961), una sinfonia modernista blu e bianca a Sorrento e un luogo di pellegrinaggio essenziale per il turista architettonico, per il quale ha progettato tutto fino al trampolino nella piscina di acqua salata.

Altri edifici degni di nota includono una cattedrale non convenzionale a Taranto (1970), con una facciata a doppia pelle, perforata con fessure esagonali e verticali e, il Denver Art Museum, un importante “castello” con merlature e aperture, ricoperto da un milione di piastrelle di vetro grigio.

Queste strutture hanno una giocosità postmoderna, a dimostrazione di come Ponti, allora alla fine degli anni ’70, fosse in grado di stare al passo con i tempi.

Ha saputo tenere il passo con la controcultura architettonica che, attraverso la rivista Domus e la sua cattedra al Politecnico di Milano, ha contribuito a incubare: Mario Bellini, Ettore Sottsass e il gruppo Memphis hanno un enorme debito nei suoi confronti.

Ponti ha iniziato la sua carriera negli anni ’20, realizzando ville neoclassiche e oggetti decorativi molto lontani dall’estetica moderna stilizzata con cui è ora identificato.

Questi includevano la sua casa in Via Randaccio, che era influenzata dalle ville palladiane che aveva visitato in Veneto, mentre prestava servizio come capitano dell’esercito nella prima guerra mondiale, e aveva obelischi sgargianti che incoronavano il frontone della sua facciata a forma di ventaglio.

Si era sposato con una delle famiglie più importanti di Milano ed era affiliato al gruppo conservatore Novecento, la cui mostra inaugurale fu aperta da Mussolini.

Il movimento rifiutava un’estetica d’avanguardia e cercava invece ispirazione nel passato classico.

Dal 1923 al 1930, Ponti è stato direttore artistico della fabbrica di ceramiche Richard Ginori, per la quale disegna eleganti porcellane dipinte a mano che riprendono motivi romani.

Nel 1928, Ponti fondò la rivista Domus per fare una campagna contro gli stili “falso antico e brutto moderno” di tanta cultura domestica italiana.

Lo curò, con una pausa di sei anni all’inizio degli anni Quaranta dopo un litigio con l’editore (durante il quale fondò la rivista rivale Stile), fino alla sua morte nel 1979 all’età di 87 anni.

Fu attraverso quelle pagine che Ponti esercitò la maggior influenza, stabilendo la cultura intellettuale che ha reso l’Italia una tale potenza del design. Ponti ha descritto Domus come una “rivista d’arte che sogna di essere trasformata in un’opera d’arte dai suoi collaboratori”, che erano essi stessi tutti architetti e designer.

Lo stesso Ponti ha scritto 560 articoli, un diario dei suoi gusti mutevoli e degli interessi e delle influenze eclettiche e di ampio respiro, un vociferare culturale che abbracciava la moda e il car design.

La rivista, come suggerisce il titolo, aveva un interesse speciale per i temi della domesticità, e Ponti servì soprattutto a trasformare l’idea di abitazione moderna.

Nel 1933 pubblica The Italian House, in cui definisce la casa un “vaso”: Dovrebbe essere “bella come un cristallo, ma forata come una grotta piena di stalattiti […] per essere giudicata dal grado di incanto si sente sia guardandolo dall’esterno sia quando si vive dentro”.

Come sempre, la continua reinvenzione di Ponti si è riflessa negli stili in evoluzione delle case che si è costruito a Milano.

Nel 1957 si trasferì nel suo ultimo appartamento all’ottavo piano di un condominio da lui costruito in via Dezza, adiacente al suo studio, e oggi sede dell’Archivio Gio Ponti.

Ha una facciata gialla, rossa e verde che ricorda un dipinto di Mondrian e grandi vetrate che Ponti immaginò come una serie di archi di boccascena, incorniciano il teatro vivente, messo in scena sia in strada che dagli occupanti all’interno.

Il piano aperto, articolato da pareti mobili in legno, che potevano essere a fisarmonica come una fisarmonica, era unificato con un pavimento in ceramica, decorato con un forte motivo diagonale di strisce crema e giallo ocra che riecheggiavano negli stucchi del soffitto.

L’interno era luminoso, colorato e raffinato, pieno di inventiva architettonica e un modello per l’influente idea di vita moderna di Ponti.

Ponti era un maniaco del lavoro: la sua giornata iniziava alle 5 del mattino, e raramente tornava a casa dal suo studio prima delle 19:00; era iperattivo e irrequieto: quando tornava da una lunga giornata in ufficio si sedeva al suo tavolo da disegno, e continuava a lavorare, assorto nei suoi disegni con le sue mani in rapido movimento macchiate di nero con grafite e inchiostro.

Non era, dice Lisa (sua figlia), una vita convenzionale per la moglie e i quattro figli di Ponti. “Gli piaceva essere circondato dalla famiglia, ma non se ne accorgeva perché era totalmente concentrato sul proprio lavoro. Vivevamo nel suo ambiente, ma lui non nel nostro”.

Un giorno, ricorda Lisa, si offrì di andare a prendere le sue due figlie più grandi da scuola, solo per tornare un po’ più tardi dicendo che non c’erano. “Era andato alla scuola sbagliata, era andato alla scuola che ha frequentato da bambino”.

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