Alessandro Mendini

BIOGRAFIA

Alessandro Mendini nasce nel 1931 a Milano, ove si laurea in architettura al Politecnico nel 1959.

Socio dello studio Nizzoli Associati, tra il 1970 e il 1976 è direttore della rivista “Casabella”.

Nel 1972 fonda la Global Tools ed è socio di Archizoom Associati e Superstudio. Nel 1977 è direttore della rivista “Modo” per la quale nel 1979 riceve il Compasso d’Oro.

Tra il 1978 e il 1979 progetta la poltrona Proust e il divano Kandissi, esemplari del suo re-design.

Tra il 1980 e il 1985 è direttore di “Domus”. Per Zanotta disegna il tavolo Macaone nel 1987.

Nel 1989 a Groninger, in Olanda, viene allestita una sua personale presso il Groninger Museum.

Nello stesso anno, con il fratello Francesco, apre a Milano l’Atelier Mendini occupandosi di architettura, pittura e scultura. Del 1996 sono il sedile del museo Bagatti Valsecchi e la Poltrona della Scala, mentre del 1998 le lampade da tavolo e a sospensione Stardust per la Luxo.

Muore a Milano nel 2019.

 

ALESSANDRO MENDINI DESIGNER

La tradizione tipologica moderna”, scrive Alessandro Mendini, “propone una semplificazione estrema delle sue funzioni, le sintetizza nei locali destinati a cucinare, mangiare, dormire, lavarsi.

Tutto l’incredibile intreccio delle altre mille funzioni sensoriali e mentali è dimenticato, si irrigidisce dentro a questa griglia architettonica di riferimento, elaborata sul concetto di sopravvivenza elementare, tipico degli schemi produttivi e degli standard seriali delle società contemporanee”.

Ecco allora come Mendini distingue un differente modo di intendere il design: “Gli oggetti di grande serie e di esclusiva impostazione industriale spesso sono oggetti violenti, anche dal punto di vista della loro materialità fisica, per cui le tecnologie che tendono a un criterio di progresso sono tecnologie negative.

L’ideale è che si passi ad un concetto tenue, soft, della tecnologia. Che diventi un fatto più spirituale, più astratto, sistemico.

Io credo che la parola progetto sia molto determinista. Se le cose avvenissero anche improgettualmente, cioè in una maniera molto più sciolta, molto più magmatica, filamentosa e non con intenzioni programmate e predeterminate di qualsiasi natura, da quelle politiche a quelle dell’architettura, sarebbero migliori.

Per cui vedo che il futuro sarebbe legato a delle persone tendenzialmente più libere dall’organizzazione e vedo il progetto meno è organizzato e meglio si sviluppa…

Le cose si possono fabbricare in tanti modi, in modi modernissimi, che sono completamente meccanizzati in modi addirittura virtuali, e con metodi tradizionali, usando, per esempio, la terra e le mani.

Un certo modo di fare la ceramica oggi ancora quello che aveva l’uomo in tempi molto arcaici.

Pertanto vedo che anche gli oggetti hanno molte possibilità di vita, anche produttiva…

A me piace l’ironia, mi piace il gioco, mi piace stare molto lontano dalla retorica e pertanto faccio in modo che i miei oggetti esprimano queste cose, trasformandosi in un certo senso in giocattoli per adulti, che però abbiano in sé una mistica, un senso della ritualità, una coscienza di comportamento dell’uso e di una coscienza di gesti del vivere quotidiano”.

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