Il walkman di Akio Morita, Masaru Ibuka e Kozo Ohsone

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Nel 1979 la comparsa del piccolo Walkman della Sony cambiava improvvisamente il modo di ascoltare la musica.

Ciò che fino a pochi anni prima era stato un rito quasi collettivo, un’esperienza da condividere e partecipare, diventa una cerimonia intima e individuale.

E’ un segno inequivocabile di un cambiamento, la fine di una stagione tumultuosa e conflittuale ma anche densa di relazioni è il simmetrico affermarsi di un regno di privati edonismi.

La tecnologia consente oramai di proiettare la dimensione dello scambio e dell’esperienza di ciascuno sul piano riflesso è mediato della comunicazione e delle immagini.

Non si ascolta più insieme una canzone, ma la si condivide attraverso il televisore o l’articolato sistema dei giornali, del cinema, della radio.

Senza dubbio la miniaturizzazione dei componenti tecnici ha reso possibile un diverso rapporto con gli oggetti ad alte prestazioni tecnologiche: come un secolo prima l’orologio da polso ha fatto del tempo un’informazione individuale, cosi il transistor ha reso ciascuno di noi un potenziale terminale di immagini e di suoni.

Tecnicamente il Walkman non è che l’evoluzione dei registratori a cassette tascabili, prodotti dalla Sony alla fine degli anni sessanta.

E’ stato sufficiente sostituire la funzione di registrazione con un microamplificatore stereofonico e una piccola cuffia per definire il progetto del Walkman.

Apparentemente una semplice variante, di fatto una scelta che trasforma l’utente da attore consapevole di un’azione a passivo spettatore di un evento.

Ma la miniaturizzazione degli oggetti condotta dalla cultura giapponese eccede i semplici fatti tecnici: “La miniaturizzazione non deriva tanto dalla misura, ma da una sorta di precisione che la cosa mette nel delimitarsi“.

Nel suo “L’impero dei segni” il semiologo francese Roland Barthes esplora la cultura giapponese dell’involucro: “Geometrico, rigorosamente disegnato, eppure da qualche parte segnato sempre da una piega, da un nodo, asimmetrico,…non è più l’accessorio passeggero dell’oggetto trasportato, ma diventa oggetto lui stesso: l’involucro in se è consacrato come una cosa preziosa, sebbene gratuita: il pacchetto è un pensiero“.

Questo il valore di un progetto che ridefinisce la forma come cornice, segno che allo stesso tempo rivela e nasconde, scrittura di una tecnica ma contemporaneamente liberazione dei comportamenti d’uso.

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