Il vaso Lapis di Achille e Pier Giacomo Castiglioni

Nel 1968, Cedit chiede ai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni di progettare degli “oggetti in ceramica da produrre in piccola scala”, con l’ulteriore specifica che “la dimensione massima di ciascun pezzo dovrebbe essere contenuta nell’ordine di 25-30 cm, sia di altezza che di larghezza”.

Questa richiesta, atipica ma molto interessante, è stata raccolta come una sorta di sfida dai fratelli Castiglioni.

La ricerca progettuale, portata avanti con la consueta attenzione al dettaglio che distingue le iconiche creazioni dei due designer, volge in direzione di una famiglia di tre vasi identici ma con dimensioni differenti.

Tre vasi distinti da una sagoma decisamente originale: la geometria perfettamente circolare dell’imboccatura dei recipienti, estrusa in verticale, si modella per chiudersi su sé stessa, in modo simile a quella di una minuta brocca dal fondo affilato.

L’idea nasce da un oggetto anonimo che come al solito i fratelli Castiglioni reinterpretano lavorandoci sopra: un oggetto qualunque incontrato per caso che diventa l’ispirazione per essere un oggetto diverso e con una funzione diversa.

I colori originari delle edizioni del 1968, grigio, marrone e rosso, tutti a dominante scura, sono denominati “Fumo”, “Castoro” e “Ciliegia”; le interpretazioni cromatiche di oggi, grigio, blu e rosso, prendono rispettivamente i nomi di “Fumo”, “Notte” e “Ciliegia”.

Il nome del vaso è Lapis, il nome del cane di famiglia dei Castiglioni e, in effetti, c’è una sorta di coda che tiene in equilibrio il vaso.

Non solo vaso comunque, Lapis può essere usato come contenitore in ogni ambiente domestico: portapenne, portafrutta, centro tavola ecc ecc

Come sempre, l’importante è giocare con se stessi, l’autoironia che permette di reinventarti ogni volta per andare avanti.

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Il vaso Lapis di Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Cedit
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