Le posate Dry di Achille Castiglioni

Nel dicembre del 1959, la society statunitense Reed & Barton bandisce il concorso Design competition for Italy, invitando dieci architetti italiani a progettare una serie di posate in argento da lanciare sul mercato americano.

II concorso si svolge all’interno di un proficuo rapporto di collaborazione tra l’azienda e Gio Ponti, uno tra i membri della giuria, oltre a Isamo Noguchi, James S. Plaut, James C. Raleigh, William T. Hurley Jr, e di un intenso clima di scambi tra progettisti italiani e piccole industrie americane dell’arredamento.

Lo studio Castiglioni aveva affrontato la progettazione di posate fin dal 1939, con Luigi Caccia Dominioni; ora i progettisti, partendo dalla considerazione (come si legge in un loro testo) che “l‘uso della posata è legato, oltre che alle proprie elementari caratteristiche funzionali, a diversi altri importanti fattori di costume, di educazione, di galateo, di arte dell’imbandigione, di arte culinaria, di etichetta, ecc. fattori che sono rimasti, più che in altre manifestazioni della moderna società, particolarmente legati alla tradizione“, si interessano all’ottimizzazione del processo di produzione, restando fedeli all’immagine tradizionale della posata italiana con forchetta a 4 rebbi e impugnatura comoda.

In quell’occasione (spiega Achille Castiglioni in una conversazione con Giampiero Bosoni del 1988) da uno studio approfondito, andando a vedere vecchie posate e guardando la storia e la letteratura the riguardava questi utensili domestici, prende forma la nostra proposta di due serie di posate di cui una, denominate Secco, partiva dall’idea di usare l’elementare principio ergonomico della matita da disegno (una bacchetta a sezione esagonale) come spunto per il manico delle diverse posate“.

Questi nuovi disegni di posate (ribadiscono i progettisti), si ispirano alla linea dettata dalla funzione tradizionale delle posate italiane più che seguire il formalismo stilistico della funzione razionalistica.

Le nuove forme adottate dai designer negli decenni derivano da una esasperazione del concetto razionalistico che ha portato a sopravvalutare le utilitarie operazioni di taglio e di raccolta del cibo solido o liquido creando delle posate di una ben definita espressione formale che si è ormai trasformata in un manierismo stilistico“.

I due servizi (rispettivamente Secco e Dolce, che vince il primo premio) vengono esposti nell’ambientazione della mostra La casa abitata a Firenze nel 1965.

Per iniziativa di Alessi, nel 1996 la serie Dolce e stata ripresa e commercializzata con il nome di Grand Prix, mentre Secco ha fornito lo spunto per il servizio in acciaio Dry del 1982.

Le posate si tengono in mano poco”, diceva Achille Castiglioni, “non sono arnesi da lavoro che hanno bisogno di avere la forma della mano”.

L’ergonomia nelle posate Dry non è nel disegno del manico, ma nella parte finale che deve adattarsi al tipo di cibo a cui sono destinate.

Prodotte in acciaio inox, le posate Dry hanno rebbi larghi e lunghi, coppe capaci e lame allungate: sono utensili perfetti per mangiare bene gli spaghetti, la minestra, le carni.

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Le posate Dry di Achille Castiglioni per Alessi
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